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IL GREGARIO

TEATRO VITTORIO EMANUELE DI MESSINA, IN SCENA NELLA SALA LAUDAMO DALL’4 AL 6 FEBBRAIO IL GREGARIO” DI SERGIO PIERATTINI, PER LA STAGIONE “PARADOSSO SULL’AUTORE”

Riprende il cartellone “Paradosso sull’Autore“, curato da Dario Tomasello, con “Il gregario“, di cui Sergio Pierattini è autore, regista e interprete, insieme con Alex Cendron.

4 e 5 febbraio ore 21.00 6 febbraio ore 17,30

foto di scena

IL GREGARIO di Sergio Pierattini

Con Alex Cendron e Sergio Pierattini

Costumi Alessandra Cardini

Musiche di Gwyneth Schaefer

Scene Tommaso Bordone

Luci di Paolo Casati

Regia Sergio Pierattini

Il Gregario” è ambientato nell’estate del ’46, durante il primo Giro d’Italia del dopoguerra. Due oscuri gregari del mitico Bartali rientrano nella stanza d’albergo, stremati dalle fatiche della tappa, che ha visto il più giovane dei due ottenere la prima, e probabilmente, unica affermazione della sua carriera. Il campione gli ha, infatti, concesso di tagliare il traguardo per primo. Se per il ragazzo veneto è il giorno più importante della sua vita, per il suo compagno di stanza, un oscuro e sfiancato corregionale di Bartali, il destino è invece amaramente segnato. In squadra non c’è più posto per lui. In un dialogo serrato ed aspro emergeranno vecchi rancori, frustrazioni mai sopite e sembrerà di assistere, più che ad un congedo, ad una resa dei conti tra vincitori e vinti.

Quella che racconto – spiega Pierattini, che a Messina ha già presentato l’intenso “Un mondo perfetto” e il pluripremiato “Maria Zanella” – è un’Italia che le immagini in bianco e nero del ciclismo e dei grandi di allora come Coppi e Bartali hanno reso mitica. Un Italia ingenua, povera e desiderosa di riscatto che sembra l’esatto contrario di quella di oggi, truffaldina e rassegnata alla decadenza. Il filo di speranza che traspare alla fine della vicenda dei due gregari, può, attraverso il riso e la commozione che suscita, farci riflettere su quello che eravamo e che siamo diventati e indicare che, come capita ai due malridotti ciclisti, tutto non è irrimediabilmente perduto”.


Ho scritto questo nel 2001, nell’ambito di un progetto che aveva nome “Grand Hotel Italia”, una serie di microdrammi ambientati in una stanza d’albergo che raccontavano la storia del nostro paese. La rassegna andò in scena, in un paio di serate, al teatro Argot di Roma. Quando nell’estate del 2009, Anna Giannelli mi chiese cosa mi sarebbe piaciuto portare al Festival di Radicandoli dedicato all’amico Nico Garrone ho pensato subito al “Gregario”. Molti, tra quei pochi che hanno avuto l’occasione di vederlo in quell’edizione ridotta del Teatro Argot, lo giudicano uno dei miei lavori più riusciti per il crudo realismo, l’ironia, il cinismo e la grande umanità che sprigiona dai due protagonisti. Quella che racconto è un Italia che le immagini in bianco e nero del ciclismo e dei grandi campioni di allora come Coppi e Bartali hanno reso mitica. Un Italia ingenua, povera e desiderosa di riscatto che sembra l’esatto contrario di quella di oggi, truffaldina e ormai rassegnata alla decadenza. Il filo di speranza che traspare alla fine della vicenda dei due gregari, può, attraverso il riso e la commozione che suscita, farci riflettere su quello che eravamo e che siamo diventati e indicare ai più ottimisti e spero non solo a loro, che, come capita i due malridotti ciclisti che vediamo in scena, tutto non è irrimediabilmente perduto.

Sergio Pierattini

Recensioni

Di grande efficacia anche Il Gregario, sorta di radiodramma scritto impeccabilmente da un ottimo autore quale Sergio Pierattini, qui in scena affiancato dal bravo Alex Cendron. Storia di due ciclisti nell’immediato dopoguerra, alle prese con ambizioni e sconfitte, con povertà e sogni di successo. Come sempre nella scrittura di Pierattini si mescolano con calzante ferocia microstorie e grande storia: vicende private di marginalità quotidiane all’ombra di avventure umane più eclatanti. I due ciclisti, còlti a riposo dopo una tappa del Giro d’Italia, dividono la stessa stanza di uno scalcinato albergo. Al piano di sopra c’è Coppi, il caposquadra è Bartali; poi c’è il fascismo mai veramente sconfitto in Italia, e il sogno comunista; c’è la famiglia, il lavoro, la campagna, la terra, le donne. Il Gregario, premio Riccione 2007, è un testo bellissimo: capace di commuovere anche in questa scarna, ma efficacissima, forma di lettura.

Andrea Porcheddu. “Del teatro.it”


Castrovillari – In prima nazionale a Primavera dei Teatri 2010 Valdez Essedi Arte ha portato in scena “Il Gregario” scritto e diretto da Sergio Pierattini. Il palco del Sybaris si illumina con due letti sfatti e il corpo di un uomo a terra. Il rumore di un rubinetto che scorre incessante riempie la sala.  Dopo un po’ entra un altro uomo vestito da ciclista, la testa fasciata e in mano una valigia e un fascio di fiori viola. Siamo nel 1946, nell’intimità di un’umile stanza dello scalcinato albergo “Grand Hotel Italia” si intrecciano le storie di due gregari al termine di un’immaginaria tappa del Giro d’Italia, ruote anonime dietro a quelle del campione Gino Bartali. Pierattini, autore capace di un realismo secco e immediato scrisse questo testo nel 1999, nell’ambito di un progetto che aveva per titolo “Grand Hotel Italia”, e che raccoglieva sei brevi atti unici, microdrammi ambientati in una stanza d’albergo che raccontavano la storia del nostro paese. E per parlarci di amore, amicizia, coraggio, sofferenza e di speranza scelse la grande avventura rappresentata dallo sport della bicicletta nel dopoguerra; in quegli anni simbolo dell’eroe umile e solitario, chiuso nel suo sforzo dannato e glorioso verso il traguardo. Come sempre nella scrittura di Pierattini si mescolano microstorie e grande storia: anonime vicende private all’ombra di eventi più eclatanti. Anche ne “Il gregario”, riesce a confezionare, con un linguaggio semplice e minimalista, una storia ad alta tensione emotiva, che sulla scena ci viene restituita al meglio grazie all’intensa e trascinante interpretazione che, lui e Alex Cendron, perfettamente calati nella parte, ne riescono a dare. Pierattini interpreta Claudio il corridore più anziano, ruvido e rustico, l’altro il più giovane proprio quel giorno ha vinto la prima tappa della sua carriera. Divisi dall’età, dal credo politico, il primo è toscano e fascista, l’altro è veneto e comunista ma accomunati dalla povertà e dalla stessa capacità di soffrire i due coltivano un sogno, una chance per risalire la china e continuare a lottare. Nella prima parte dello spettacolo i due si scambiano confidenze malinconiche, il più giovane da qualche giorno piange senza apparente motivo, spesso si guarda allo specchio e si vede giallo con la faccia coperta dalla barba, come quella che cresce ai morti. Ha vinto ma sa anche che il suo attimo fuggente lo ha perso anni prima quando sul Passo delle Tre Croci sulle Dolomiti, aveva sette minuti e mezzo di vantaggio sul gruppo ma una banale caduta lo condannò ad arrivare ventesimo. Poi ad incupirlo di più c’è la notizia della morte dello zio, ex partigiano, notizia che ha appreso proprio durante la premiazione al traguardo. Claudio spesso fa scivolare il discorso sulla politica, ricorda al giovane che i partigiani jugoslavi hanno massacrato tantissimi italiani innocenti e gli racconta di quando il fratello, stalliere di una contessa, salvò una cavalla di razza dai tedeschi in ritirata che razziavano tutto. La nascose cinque giorni nella camera da letto, ottenendo così anche la riconoscenza dell’on. Buffarini Guidi, ministro agli Interni. Poi però arrivarono le truppe marocchine francesi e per la povera bestia “chiapparla, scannarla e mangiarla” fu un tutt’uno. “Liberatori, voi siete peggio dei tedeschi, ma chi vince ha sempre ragione” – chiosa Claudio – mentre da sopra uno spazientito Fausto Coppi bussa perché vuole riposare. La vittoria della tappa però fa emergere fra i due dissapori, rancori, cose mai dette, il giorno dopo i due non saranno più compagni di stanza, il più giovane dormirà con Bartali. Il campione lo vuole come suo gregario personale e Claudio sarà scaricato, perché oramai vecchio e inutile. Cresce la tensione fra i due, il dialogo si fa più serrato, duro, Claudio estrae un coltellino e si avventa sul compagno; solo il bussare incessante di Coppi, metterà fine alla contesa. Nel commovente finale si riaccende un barlume di speranza, a simbolo di un popolo e di un paese, stravolti dalla guerra, ma con tanta voglia di sognare e di riemergere. Per Sergio Pierattini e Alex Cendron è stato un graditissimo ritorno a Primavera dei Teatri. Li avevamo visti insieme nel 2007 interpretare un altro testo di Pierattini: “Il ritorno”. E l’anno dopo Pierattini era tornato al festival castrovillarese con “Un mondo perfetto”.

Domenico Donato

Prezzi: posto unico 10 euro, ridotto 6 euro

 
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